La ricerca della felicità

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Non so bene perché ho deciso di usare l’immagine del GGG come copertina di questo post. Anzi mi scusi signor Dahl, probabilmente perché mi piace pensare che felicità e gentilezza vadano sempre di pari passo. E poi questa immagine è molto bellina, mi ricorda il mi pa quando da piccola mi teneva la mano perché tentennavo un po’. 

E comunque anche un post sulla ricerca della felicità fa strano se lo leggi su un blog di fitness. O no? Insomma non c’è molto qui dentro che abbia un senso, quindi occorre trovarcelo. E per trovarcelo partirò da un racconto. 

C’era una volta un signore che tutti i giorni potava gli alberi vicino ad un ufficio dove lavoravo. Tutti i giorni veniva, annaffiava, potava, rastrellava, piantava. Stava sempre sulle sue e nessuno, presi come erano a correre in ufficio su e giù dall’edificio per andare alle riunioni o correre dai clienti, sembrava filarselo mai. Anzi, in verità nessuno sembrava accorgersi della sua esistenza. 

Così un giorno andai da lui, dopo qualche mese a incrociarci la mattina. Era autunno. Ricordo che indossavo un cappotto da uomo tenuto insieme con una cintura in vita, e ricordo che il cappotto non aveva le tasche e io infilavo le banconote da 5 euro tra cappotto e cintura quando volevo scendere al bar a bere un caffè. Andai e gli chiesi che piante si piantano in autunno, di grazia. “Buongiorno! Lei è la signorina che ieri sera è andata via un po’ arrabbiata?” “Ahaha”, rido, “niente di grave, sa ogni tanto il lavoro…” ” E lo so, lo so, vi vedo! Siete sempre di corsa, sempre di corsa”. Al momento non mi passa per la testa che quest’uomo aveva il bellissimo privilegio di non esser filato da nessuno ma di vedere ogni mattina le nostre vite come uno spettatore super partes. Lo realizzai qualche tempo dopo, quanto la capacità d’essere spettatore ti conduce assai lontano. Ma proseguiamo. 

“Senta dicevo, ma che piante mette giù in autunno?” “Quest’anno in verità ho piantato solo i ciclamini dell’altro vialetto. Non li ha visti?” “No” “Peccato. Sono molto belli. Ma scusi sa, cosa li pianto a fare se non li guarda nessuno?”. In un secondo realizzo l’importanza di quest’uomo all’interno di questo spazio. Di questo ufficio. Di questa struttura. Abituata come ero a correre in ufficio, pensare alle scadenze, le riunioni, non mi ero mai fermata a osservare i fiori. C’erano e basta e non ci facevo caso, caspita sono una cosa banale i fiori no? E invece no. Non sono banali per nulla. Perché senza il suo lavoro, tutto sarebbe ridotto a una grande colata di cemento. Una colata di cemento esteticamente bellissima con tutti quegli open space, ma una colata di cemento. Resto un momento interdetta, quindi per farmi perdonare controbatto con un caffè. 

Andiamo nel caffè e mi dice che accade molto raramente che qualcuno glielo offra. Davanti al mio stupore mi risponde così: “Siete sempre presi, non vedete nemmeno i ciclamini signorina. Vuole che qualcuno si fermi per un caffè?” Cerco un diversivo per non ammettere la tristezza, la capacità che abbiamo di fare una presentazione da 70 pagine in un’ora e l’incapacità che abbiamo di vedere le piccole cose. Così torno sui fiori. “Ma io l’altra volta la vedevo tutto abbassato sull’altro vialetto” “Ma non mettevo mica i fiori. Tiravo su le foglie secche meno rovinate” “In che senso scusi?” “Le foglie secche. Ma non troppo bucate o stropicciate. Sono per mia moglie, che appena inizia l’autunno si mette a far ghirlande”. Me lo dice quasi commosso e tronfio d’orgoglio mi mostra la foto dell’ultima che ha fatto. “Le bacche di questa non sono il massimo, ma vede che bello l’intreccio?”. Orgoglioso come se la moglie avesse vinto l’Oscar. Pago il caffè e ce ne torniamo verso il vialetto. 

“Grazie del caffè, molto gentile”, mi dice, “Mai quanto lei”, dico io. “Ma io che ho fatto mi scusi?” “Pianta le piante per noi e porta le foglie a sua moglie” “E sarà mica tutta qui la gentilezza” “È già qualcosa, glielo assicuro”.  Ci salutiamo, e corro in ascensore. E mentre corro butto l’occhio verso i fiori. 

Sono passati quattro anni. Non so che fine abbia fatto il mio GGG (Grande Giardiniere Gentile), ma so che ho trovato il gancio con Dahl e soprattutto che mi ha lasciato una grande lezione: la ricerca della felicità è più semplice di quel che pensiamo. Perché la felicità non è stare per forza al centro della scena, ma godersi lo spettacolo e magari guardarselo con qualcuno. Qualcuno a cui regalar bacche per ghirlande al posto dei pop corn. 

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